Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè “Faber”
« …pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra. »
(Fabrizio De André, Amico fragile)

Fabrizio Cristiano De André (Genova, 18 febbraio 1940Milano, 11 gennaio 1999) è stato un cantautore italiano.

Considerato da parte della critica uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi, viene spesso soprannominato anche con l’appellativo “Faber”, datogli dall’amico d’infanzia Paolo Villaggio in riferimento alla sua predilezione per i pastelli e le matite dellaFaber-Castell (oltre che per consonanza con il suo nome).

In quasi quarant’anni di attività artistica, De André ha inciso tredici album in studio, più alcune canzoni pubblicate solo come singoli e poi riedite in antologie. Molti testi delle sue canzoni raccontano storie di emarginati, ribelli, prostitute, e sono considerate da alcuni critici come vere e proprie poesie, tanto da essere inserite in varie antologie scolastiche di letteratura.

Di simpatie anarchiche, libertarie e pacifiste, è stato anche uno degli artisti che maggiormente hanno valorizzato la lingua ligure. Ha affrontato, inoltre, in misura minore e differente, altri idiomi come il gallurese e il napoletano.

Durante la sua carriera ha collaborato con personalità della cultura e importanti artisti della scena musicale, tra cui Nicola Piovani,Ivano Fossati, Mauro Pagani, Massimo Bubola, Álvaro Mutis, Fernanda Pivano e Francesco De Gregori.

La popolarità e l’alto livello artistico del suo canzoniere hanno spinto alcune istituzioni a dedicargli vie, piazze, parchi, biblioteche e scuole, dopo l’improvvisa scomparsa.

Insieme a Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi e Luigi Tenco è uno degli esponenti della cosiddetta Scuola genovese, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana. È l’artista con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco, con sei Targhe e un Premio Tenco.

L’infanzia e la giovinezza

Targa commemorativa sulla casa natale di De André a Pegli in via De Nicolay 12

Fabrizio De André nasce il 18 febbraio 1940 nel quartiere genovese di Pegli, in via De Nicolay 12, dove, nel 2001, è stata posta una targa commemorativa dal Comune di Genova.

I genitori, sposati dal 1935, sono entrambi piemontesi e si sono trasferiti in Liguria dopo la nascita del primogenito Mauro (Torino, 1936 – Bogotà, 1989). Il padre Giuseppe (Torino, 15 settembre 1912Genova, 19 luglio 1985), pur provenendo da una famiglia modesta – ma pretendeva origini provenzali e nobili -, è riuscito a fare fortuna acquistando un Istituto tecnico aSampierdarena; nel secondo dopoguerra diventerà vicesindaco repubblicano di Genova, direttore generale e operativo, poiamministratore delegato e infine presidente dell’Eridania e promuoverà la costruzione della Fiera del Mare di Genova, nelquartiere della Foce La madre, Luigia “Luisa” Amerio (Pocapaglia, 26 agosto 1911Genova, 3 gennaio 1995) è di estrazione benestante, figlia di produttori vitivinicoli

.

L’esordio nel 1961 e il periodo Karim

« Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.»
(F. De André)

Fabrizio De André nella friggitoria Rosa in Sottoripanegli anni ’60, insieme al figlio Cristiano.

Nell’ottobre del 1961 la Karim (etichetta che vede tra i soci anche il padre Giuseppe pubblica il suo primo 45 giri, con copertina standard forata (la ristampa del 1971 della Roman Record avrà invece una copertina con un disegno anonimo). Il disco contiene due brani, Nuvole barocche ed E fu la notte.

Il 2 maggio 1963 avviene il debutto televisivo del cantautore, che nel programma Rendez-Vous, condotto da Line Renaudcon la regia di Vito Molinari e trasmesso dal primo Canale canta Il fannullone.

Nel 1964 incide La canzone di Marinella, che gli darà il grande successo e la notorietà a livello nazionale tre anni dopo, quando sarà interpretata da Mina; il testo è in apparenza fiabesco ma ispirato a un fatto di cronaca.

In questo periodo uscirono i suoi primi 33 giri. La sua discografia non è numerosissima come, del resto, inesistenti fino al 1975 erano i suoi concerti. L’album del debutto è Tutto Fabrizio De André (del 1966, ristampato due anni dopo con il titolo di La canzone di Marinella sotto un’altra etichetta e con una diversa copertina), una raccolta di alcune delle canzoni che sino ad allora erano state edite solo in 45 giri, seguito da Volume I (1967), considerato (non a torto) come il suo primo vero album, Tutti morimmo a stento (1968),Volume III (1968), Nuvole barocche (1969; quest’ultimo è la raccolta dei 45 giri del periodo Karim esclusi da Tutto Fabrizio De André).

Fra esistenzialismo e contestazione: dal 1968 al 1973

Gli anni fra il 1968 e il 1973 furono fra i più proficui per l’autore, che cominciò la serie dei concept con Tutti morimmo a stento. Quest’album, ispirato alla poetica di François Villone a tematiche esistenzialiste (queste ultime torneranno anche negli album successivi), è il quarto concept album a essere pubblicato in Italia; il testo del primo brano, Cantico dei drogati, è tratto da una poesia di Riccardo Mannerini, Eroina. De André incise anche una versione inglese dell’album, mai commercializzata e oggi esistente in unica copia, che è stata proprietà di un collezionista statunitense e oggi appartiene a un collezionista pugliese.

Fabrizio De André con il poeta Riccardo Mannerini, che collaborò all’album del 1968 Tutti morimmo a stento

A Tutti morimmo a stento segue La buona novella; un album importante, che interpreta il pensiero cristiano alla luce di alcunivangeli apocrifi (in particolare, come riportato nelle note di copertina, dal Protovangelo di Giacomo e dal Vangelo arabo dell’infanzia), sottolineando l’aspetto umano della figura di Gesù, in forte contrapposizione con la dottrina di sacralità e verità assoluta, che il cantautore sostiene essere inventata dalla Chiesa al solo scopo di esercizio del potere.

Il disco successivo, del 1971, è Non al denaro, non all’amore né al cielo, libero adattamento (eseguito insieme a Giuseppe Bentivoglio) di alcune poesie della Antologia di Spoon River, opera poetica di Edgar Lee Masters; le musiche sono composte insieme a Nicola Piovani. De André in quel periodo incontra Fernanda Pivano, traduttrice e scrittrice che ha fatto conoscere in Italia la letteratura americana e che ha tradotto l’Antologia sepolcrale da cui trae ispirazione l’album. Per rimuovere l’ostacolo della ritrosia del cantautore a concedere interviste, la Pivano nascose sotto il letto di De André un registratore e trascrisse interamente la lunga conversazione che i due fecero su Spoon River e sulle canzoni dell’album. De André accettò con simpatia il “raggiro”.

La crisi e le esibizioni dal vivo

La pubblicazione di Storia di un impiegato coincide con un periodo di crisi professionale e anche personale (nello stesso anno termina definitivamente il matrimonio con Puny e il cantautore comincerà una relazione con una ragazza, Roberta, per cui scriverà due anni dopo la canzone Giugno ’73), e la pubblicazione di un nuovo disco di rifacimenti a opera di Reverberi di vecchie canzoni incise per la Karim (con 2 nuove traduzioni dal repertorio di Brassens, le due canzoni di Cohen pubblicate nel 1972 e una traduzione di Bob Dylan opera di De Gregori ai tempi del Folkstudio cofirmata da De André), intitolato Canzoni, darà inizio alla collaborazione con Francesco De Gregori.

Proprio durante le registrazioni di questo disco, nello studio a fianco sta registrando il suo nuovo disco da solista Dori Ghezzi (in una pausa della sua collaborazione con Wess): è l’inizio di una nuova e duratura relazione (artefice del primo incontro sarà un comune amico, Cristiano Malgioglio), che sfocerà nel matrimonio tra i due il 7 dicembre 1989, dopo quindici anni di convivenza.

Sono anche gli anni in cui De André fa le sue prime esperienze negli spettacoli dal vivo: lavoratore instancabile e al limite del perfezionismo in studio, il cantautore invece non riesce a trovare il coraggio a esibirsi in pubblico, verso il quale aveva più volte dichiarato di essere “allergico” e di patirne un “timore oscuro”.

Fu l’impresario teatrale Sergio Bernardini che riuscì a portare Faber a esibirsi dal vivo, davanti al pubblico della Bussola. Bernardini, nel 1974 aveva fatto continue proposte, fino ad arrivare all’offerta di 6.000.000 di lire, davvero principesca per l’epoca. Dopo continui rifiuti, nel gennaio 1975 fu lo stesso De André a contattare Bernardini, proponendogli un “pacchetto” di 100 serate alla cifra complessiva di 300 milioni di lire che, con sorpresa del proponente, venne accettata. La prima esibizione dal vivo avvenne alla Bussola diMarina di Pietrasanta, il 16 marzo 1975, per poi dare inizio un tour con due componenti dei New Trolls, con i quali aveva già collaborato nel 1968 per i testi del loro disco Senza orario senza bandiera (Belleno e D’Adamo), e due dei Nuova Idea (Belloni e Usai). Nella parte di tour svoltasi nel 1976, ai quattro si aggiungerà anche Alberto Mompellio al violino e alle tastiere.

De André mise dunque da parte le sue paure da palcoscenico, paure che supererà solo con gli anni, suonando e cantando sempre nella penombra e con molto whisky in corpo (la sua timidezza fu tra le cause che gli provocarono una seria dipendenza da alcol).

Collaborazioni e sperimentazioni negli anni Settanta

Fabrizio De André al Club Tenco con l’amico Léo Ferré nel 1975

A partire dal 1974, De André cominciò nuove collaborazioni con altri musicisti e cantautori e a esplorare la produzione musicale degli autori americani, accanto a quelli francesi. Negli anni settanta De André tradusse infatti canzoni di Bob Dylan (Romance in Durango e Desolation Row), Leonard Cohen (It Seems So Long Ago, Nancy, Joan of Arc, Famous Blue Raincoat per Ornella Vanoni e Suzanne) e Georges Brassens (lavoro che porterà all’uscita dell’album Canzoni del 1974).

Nel 1975 collabora con Francesco De Gregori, nella scrittura di molti brani dell’album Volume VIII del 1975, album non privo di sperimentazione, in cui sono affrontate tematiche esistenziali quali il disagio verso il mondo borghese (Canzone per l’estate e l’autobiografica Amico fragile, una delle canzoni predilette dal cantautore, di cui è autore unico di musica e testo) e la difficoltà di comunicazione. Anche questo disco riscuote diverse critiche negative, come quella di Lello D’Argenzio, che sostiene che De André si sia adattato allo stile del collega (presente soprattutto negli arrangiamenti musicali e in alcuni testi assai ricchi di metafore, come Oceano eDolce Luna) anche nel modo di cantare.

Rimini (1978), segna l’inizio della collaborazione, che proseguirà per un lungo periodo, con il cantautore veronese Massimo Bubola. Quest’album fa intravedere un De André esploratore di una musicalità più distesa, spesso di ispirazione americana. I brani trattano l’attualità e la politica (Il naufragio di una nave a Genova, Coda di Lupo) così come tematiche sociali (l’aborto in Rimini e l’omosessualità in Andrea) ed esistenziali (Sally, contenente riferimenti letterari a Gabriel García Márquez e Alejandro Jodorowsky). Nell’album sono presenti le prime significative sperimentazioni di suoni della musica etnica, con la filastrocca Volta la carta e con Zirichiltaggia, quest’ultima cantata interamente in gallurese.Andrea, a sfondo antimilitarista, è invece uno dei brani più popolari dell’intera produzione di De André, che il suo coautore Massimo Bubola continua a proporre dal vivo durante i suoi concerti; in più di un’occasione l’artista genovese – ad esempio nel 1992, al teatro Smeraldo di Milano – ha eseguito il brano a luci accese, proprio a simboleggiare come l’omosessualità non debba essere motivo di vergogna. Il brano eponimo del disco, Rimini, viene ispirato alle atmosfere de I Vitelloni di Federico Fellini, uno dei capolavori del celeberrimo regista, ma presenta anche alcune digressioni storiche e politiche.

Da Crêuza de mä ad Anime salve: anni Ottanta – Novanta

De André in concerto nel 1980

Nel 1980 De André incide il 45 giri Una storia sbagliata/Titti, i cui brani (editi per la prima volta in CD solo nel 2005), sono entrambi scritti con Bubola. Fabrizio ricorderà in un’intervista a proposito di Una storia sbagliata:

« Nel testo di Una storia sbagliata rievoco la tragica vicenda di Pier Paolo Pasolini. È una canzone su commissione, forse l’unica che mi è stata commissionata. Mi fu chiesta come sigla per due documentari-inchiesta sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi. »

Nel 1982 fonda un’etichetta discografica (appoggiandosi alla Dischi Ricordi per la distribuzione): la Fado (Il nome deriva dalle iniziali del suo nome e da quelle di Dori Ghezzi), con cui pubblicherà dischi di Massimo Bubola, dei Tempi Duri (band con il figlio Cristiano) e della stessa Ghezzi.

Sant’Ilario (quartiere sulle alture diGenova): una crêuza de mä

Nel 1984 esce Creuza de mä, disco dedicato alla realtà mediterranea e per questo cantato interamente in lingua genovese, con l’importante collaborazione di Mauro Pagani, curatore delle musiche e degli arrangiamenti. Questo disco segna uno spartiacque nella carriera del cantautore: dopo questo album, Fabrizio esprime la volontà di non cantare più in italiano ma di concentrarsi esclusivamente sul genovese. A partire da Creuza de mä De André si concentra in particolar modo sulle minoranze linguistiche (tema che aveva già iniziato ad affrontare con stesura di Zirichiltaggia, sei anni prima). Creuza de mä è oggi considerato di fatto una pietra angolare dell’allora nascente world music, nonché un caposaldo della musica etnica tutta. Ma Creuza de mä è anche l’album che libera De André dalle impostazioni vocali ereditate dalla tradizione degli chansonniersfrancesi, che gli garantisce la libertà di espressione tonale al di fuori di quei dettami stilistici che aveva assorbito da Brassens e da Brel.

Nel 1989 sposa Dori Ghezzi a Tempio Pausania, con Beppe Grillo come testimone di nozze (De André ricambierà facendo da testimone al matrimonio di Grillo con Parvin Tadjk).

Comincia poi la lavorazione del suo album successivo, che viene pubblicato all’inizio del 1990: Le nuvole (1990) titolo che (come nella omonima commedia di Aristofane) allude ai potenti che oscurano il sole, vede nuovamente la collaborazione di Mauro Pagani per la scrittura delle musiche e di Ivano Fossati come coautore di due testi in genovese, Mégu Megún e ‘Â çímma, oltre che di Massimo Bubola per il testo di Don Raffaé (interpretato con Roberto Murolo) e Francesco Baccini per quello di Ottocento. Con questo album De André torna in parte al suo stile musicale più tipico, affiancandolo alle canzoni in dialetto e all’ispirazione etnica (Monti di Mola, scritta in gallurese, e La nova gelosia in napoletano, così come Don Raffaè). Torna anche la critica graffiante all’attualità e alla politica, in particolare ne La domenica delle salme e nello stesso Don Raffaè. L’album è anche una sorta di sfida culturale solitaria al mondo moderno, che l’artista può lanciare in quanto uomo libero; emblematica è quindi la citazione del pirataSamuel Bellamy posta a epigrafe del disco, nella quarta di copertina.

Nel 1996 De André collabora con Alessandro Gennari alla scrittura del romanzo Un destino ridicolo, dal quale dodici anni dopo Daniele Costantini ha tratto il film Amore che vieni, amore che vai.

Il 26 luglio 1997, Fernanda Pivano, scrittrice e traduttrice, tra l’altro, dell’Antologia di Spoon River, consegna a Fabrizio De André il Premio Lunezia per il valore letterario del testo di Smisurata preghiera, mettendo in imbarazzo il cantante parlando di lui come “il più grande poeta in assoluto degli ultimi cinquant’anni in Italia”, “quel dolce menestrello che per primo ci ha fatto le sue proposte di pacifismo, di non violenza, di anticonformismo”, aggiungendo che “sempre di più sarebbe necessario che, invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio americano”.

Sempre nel 1997 esce Mi innamoravo di tutto, una raccolta di live e studio in cui duetta con Mina ne La canzone di Marinella, e che sarà l’ultima pubblicazione della sua vita: la copertina è una delle più celebri e riprodotte immagini artistiche di De André, una foto scattata dalla moglie Dori Ghezzi raffigurante il cantautore con la sigaretta in mano, ripreso quasi dall’alto.

L’ultima polemica

Fabrizio De André a Napoli nel 1993

Nell’estate 1998 De André si esibisce in una nuova tournée che tocca varie località italiane, assieme a tutta la famiglia (Cristiano come seconda voce e musicista, Dori Ghezzi nei cori, Luvi nei cori e come seconda voce in Geordie e Khorakhané). Il 13 agosto 1998, durante un concerto a Roccella Ionica (RC), pronuncia la seguente affermazione suscitando i malumori e le proteste dei tremila spettatori presenti:

« Se nelle regioni meridionali non ci fosse la criminalità organizzata, come mafia, ‘ndrangheta e camorra, probabilmente la disoccupazione sarebbe molto più alta. Almeno il dieci per cento in più di quello attuale. »

In seguito al clamore provocato e alle dichiarazioni di protesta e sdegno da parte di vari esponenti sindacali e politici locali e nazionali, De André prima rincara la dose:

« Col cazzo che esagero. È paradossale doverlo ammettere, ma se non ci fossero le strutture organizzate criminali forse la disoccupazione arriverebbe al 25 per cento. »

e poi minimizza, cercando di correggere il tiro.

« Era una delle mie consuete provocazioni. Volevo dire che paradossalmente la criminalità organizzata diminuisce il tasso di disoccupazione. In realtà accanto alle organizzazioni criminali più vistose metto anche quelle che io chiamo le “spa / ad” cioè Società per Azioni a delinquere, cioè quelle dalle tante attività apparentemente lecite dietro alle quali si muovono affari loschi e sulle quali nessuno si è mai sognato di indagare. Ecco probabilmente senza queste arriveremmo addirittura al cinquanta per cento di disoccupazione. Insomma il sommerso e l’illecito sono da una parte il nostro dramma e dall’altra attenuano in qualche modo il problema della disoccupazione. »

Retrospettivamente, alcuni commentatori hanno voluto benevolmente inquadrare tale uscita come l’ultimo “scandalo” suscitato da un artista che nel corso della sua carriera aveva spesso sfidato il perbenismo e le “buone maniere” di quella stessa classe borghese di cui faceva parte e che, alla sua morte, lo avrebbe osannato definendolo “Grande Poeta”. Ciò non toglie, è stato obiettato, che l’affermazione debba comunque essere tacciata di estrema pochezza – se non di totale sconsideratezza – posto che le mafie, con il controllo degli appalti e l’imposizione del pizzo alle imprese, costituiscono il freno più aggressivo alla libertà di iniziativa economica nelle regioni meridionali: per definizione, dunque, non solo non possono “dare lavoro”, ma risultano anzi essere la causa principale della depressione economica del meridione.

L’addio fra la sua gente

Targa intitolata a Fabrizio de Andrè in Via del Campo a Genova, riproducente alcuni versi della canzone omonima e l’immagine di copertina dell’album Mi innamoravo di tutto

Dopo il concerto a Roccella Ionica, il 13 agosto del 1998, era prevista un’altra tappa a Saint Vincent il 24 dello stesso mese. Tuttavia durante le prove De André sembrò scoordinato e a disagio: non riusciva a sedersi e imbracciare la chitarra come voleva e aveva anche un forte dolore al petto. Il cantautore gettò via la chitarra e non tenne il concerto quella sera (i biglietti furono poi risarciti). In spiegazione a quanto accaduto, qualche giorno dopo gli fu diagnosticato un carcinoma polmonare, che lo portò a interrompere definitivamente i concerti.

Nonostante la malattia, continuò a lavorare con il poeta e cantante Oliviero Malaspina al disco di Notturni, progetto che non vide mai la luce.[126][127] Con lo stesso Malaspina, collaboratore anche del figlio Cristiano e che aprì alcuni concerti dell’ultimo tour, aveva anche il progetto di scrivere alcune opere letterarie: un libro intitolato Dizionario dell’ingiuria, e alcuni racconti.

De André fu ricoverato solo verso la fine del novembre 1998, quando ormai la malattia era a uno stato avanzato: uscì dall’ospedale solo il giorno di Natale, per poter trascorrere le festività a casa insieme alla famiglia, quando i medici ormai disperavano di salvarlo.

La notte dell’11 gennaio 1999, alle ore 02:30, Fabrizio De André morì all’Istituto dei tumori di Milano, dove era stato ricoverato con l’aggravarsi della malattia. Aveva 58 anni, ne avrebbe compiuti 59 il successivo 18 febbraio.

I funerali si svolsero nella Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano a Genova il 13 gennaio: al dolore della famiglia partecipò una folla di oltre diecimila persone, in cui trovarono posto estimatori, amici ed esponenti dello spettacolo, della politica e della cultura.

De André nella memoria collettiva

Scritta comparsa nei quartieri vecchi di Genova, che riporta alcuni versi della canzone Nella mia ora di libertà, daStoria di un impiegato (1973)

« De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano. »
(Nicola Piovani)

De André è tuttora molto presente nella memoria collettiva, che lo ricorda come “il cantautore degli emarginati” o il “poeta degli sconfitti”.[130] Gli estimatori di Fabrizio De André ammirano il coraggio morale e la coerenza artistica con cui egli, nella società italiana deldopoguerra, scelse di sottolineare i tratti nobili e universali degli emarginati, affrancandoli dal “ghetto” degli indesiderabili e mettendo a confronto la loro dolorosa realtà umana con la cattiva coscienza dei loro accusatori. Il cammino di Fabrizio De André ebbe inizio sulla pavimentazione sconnessa e umida del carruggio di Via del Campo, prolungamento della famosa Via Pré, strada proibita di giorno quanto frequentata la notte. È in quel ghetto di umanità platealmente respinta e segretamente bramata che avrebbero preso corpo le sue ispirazioni; di ghetto in ghetto, dalle prostitute alle minoranze etniche, passando per diseredati, disertori, bombaroli e un’infinità d’altre figure. Nella sua antologia di vinti, dove l’essenza delle persone conta più delle azioni e del loro passato, De André raggiunse risultati poetici che oggi gli vengono ampiamente riconosciuti.

La discografia di De André è ampia, ma non vasta come quella di altri autori del suo tempo; pur tuttavia risulta memorabile per varietà e intensità. Viene ora riassunta in postume ricostruzioni filologiche, curate dalla vedova e da esperti tecnici del suono che si sono riproposti l’obiettivo di mantenere, nei nuovi supporti, le sonorità dei vecchi LP. Sino a ora sono state realizzate due raccolte, entrambe in triplo CD, titolate In direzione ostinata e contraria e In direzione ostinata e contraria 2.

In ogni caso, l’atteggiamento tenuto da De André nei confronti dell’uso politico della religione, delle gerarchie ecclesiastiche e dell’ipocrisia della provincia ligure è spesso sarcastico e fortemente critico, fino all’anticlericalismo, nel contestarne i comportamenti contraddittori, come, ad esempio, nelle canzoni Un blasfemo, Il testamento di Tito, La ballata del Miché e gli ultimi versi di Bocca di rosa.

« Io mi ritengo religioso e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché, secondo me, l’equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a ricercare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari dandogli i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia per cercarne altri »

Dopo il rapimento, la visione religiosa di De André ebbe una nuova evoluzione:

« Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza. »

Qualche mese prima della sua scomparsa, nel concerto al teatro Brancaccio di Roma nel 1998, De André fece le seguenti dichiarazioni riguardo all’album La buona novella:

« Quando scrissi la Buona Novella era il 1969. Si era quindi, in piena lotta studentesca e le persone meno attente consideravano quel disco come anacronistico […] E non avevano capito che la Buona Novella voleva essere un’allegoria: un paragone fra le istanze della rivolta del ’68 e le istanze, spiritualmente più elevate ma simili da un punto di vista etico-sociale, innalzate da un signore, ben millenovecentosessantanove anni prima, contro gli abusi del potere, contro i soprusi della autorità, in nome di un egualitarismo e di una fratellanza universale. Quel signore si chiamava Gesù di Nazareth. E secondo me è stato, ed è rimasto, il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Quando ho scritto l’album non ho voluto inoltrarmi in strade per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia. Poi ho pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo, il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo piede sulla terra »
« Probabilmente ne La buona novella i personaggi del Vangelo perdono un po’ di sacralizzazione; ma io credo e spero soprattutto a vantaggio di una loro migliore e maggiore umanizzazione »

Un grazie a Wikipedia per la stesura dell’articolo.

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